Il disastro del pozzo della BP

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Il disastro del pozzo della Bp nel Golfo del Messico ha portato la holding a dover affrontare risarcimenti miliardari che potrebbero anche mettere a rischio la continuità aziendale; è una lezione importante per tutte le aziende che devono affrontare casi simili, particolarmente in paesi come gli Usa ove la class action può portare a richieste di risarcimento che superano il valore dell'azienda stessa.

Normalmente si pensa che incidenti simili siano rari. Petroliere che finiscono sugli scogli come la Valdez, impianti che scoppiano come Bhopal, centrali nucleari che emettono radiazioni come Chernobyl o farmaci che creano malformazioni come il Talidomide sembrano episodi non più ripetibili, ma sappiamo che non si possono mai escludere gli eventi rari. Henri Poincaré diceva che «è impossibile che l'improbabile non avvenga».

Ogni vertice aziendale dovrebbe quindi riflettere a fondo su cosa di «impossibile» potrebbe accadere con conseguenze catastrofali. Essenziale è la prevenzione, ma per quante procedure e controlli si possano mettere in atto non si può mai escludere che una catena di eventi imprevedibili possa creare un danno enorme. È possibile comunque limitare l'entità dei danni che l'azienda dovrà risarcire con tre linee di azione.

La prima risposta è quella dell'assicurazione. La Berkshire Hathaway di Warren Buffett è nota per avere delle attività assicurative (assicurazione primaria e riassicurazione) che riescono a sottoscrivere polizze assicurative di tipo catastrofale, quali lo scoppio di una raffineria o di un vettore spaziale. L'abilità del management non è però servita a evitare le perdite di miliardi di dollari che sono derivate dall'uragano Katrina. Evidentemente i premi assicurativi non erano adeguati ai rischi effettivi.

Un altro tipo di risposta è quello di frapporre fra la società holding e le attività a rischio delle società indipendenti che in caso di disastro possano anche andare in fallimento senza trascinare la casa madre. È noto il caso della Philip Morris che negli Usa da decenni rischia di dover pagare decine di miliardi di dollari in cause per i danni derivati dal fumo. Se i danni effettivi fossero superiori al valore della consociata americana, quest'ultima potrebbe andare in fallimento mentre le attività internazionali, che peraltro sono quelle con maggior opportunità di sviluppo, potrebbero continuare. Una variante di questo tema è stata l'uscita da parte di tutte le majors petrolifere dal trasporto del greggio in proprio; anche l'Eni ha dismesso la propria flotta di petroliere, una volta orgogliose di portare il nome Snam.

Ci sono molte aziende europee e asiatiche che vendono negli Usa dei prodotti potenzialmente sicuri ma non esenti dal rischio di una class action con risarcimenti miliardari. Negli anni 80 la Fiat aveva dovuto ritirarsi dal mercato americano a seguito di alcune cause intentate da clienti danneggiati da automobili difettose (cause che allora erano solo milionarie) che però avevano eroso i limitati margini di guadagno. Più recentemente c'è stato il caso dei prodotti Toyota richiamati dalla casa automobilistica e che hanno causato perdite di miliardi di dollari.

Qualche gruppo industriale ha costituito negli Usa una consociata che, con una serie di attenzioni manageriali e legali, possa esser riconosciuta come responsabile della qualità dei prodotti e quindi, in caso di class action, esser aggredita per le azioni risarcitorie senza trascinare la casa madre. Ovviamente in un mercato globalizzato, dove il valore di un marchio sarebbe impattato negativamente dal fallimento di una società nazionale, questo tipo di difesa è poco efficace.

Un'ultima difesa potrebbe essere quella di fare effettuare le attività a rischio catastrofale da società specifiche con una pluralità di azionisti. Si può immaginare che se la piattaforma dalla quale è fuoriuscito il petrolio fosse stata di una società consortile, con proprio capitale e management, sarebbe stato più difficile per l'amministrazione statunitense "prendersela" con gli azionisti ultimi. È evidente comunque che quegli operatori con "beni al sole" in territorio americano sarebbero stati sottoposti a forti ricatti e difficilmente avrebbero potuto far finta di niente e non rispondere anche con il patrimonio della casa madre, ma gli altri avrebbero potuto decidere di abbandonare gli Usa definitivamente.

Mettere in atto strategie difensive non esime dal l'esercitare tutta l'intelligenza e determinazione possibile nelle attività di prevenzione. Purtroppo, la routine e la burocrazia obnubilano l'attenzione delle aziende; per il bene dei clienti, dell'ambiente e anche degli azionisti sarebbe opportuno mettere costantemente in atto degli antidoti e non dare mai per scontato che l'improbabile non si avveri.

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